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Le PMI hanno: 1) meno patrimonio; 2) meno diversificazione; 3) maggiore dipendenza dal credito bancario.

Quindi, non possono compensare il rischio con le dimensioni, devono compensarlo con qualità organizzativa e informativa.

La nuova cultura del fare impresa consente alla PMI di trasformare la propria dimensione in trasparenza, ridurre l’asimmetria informativa con la banca, presentarsi come impresa “governata”, non improvvisata.

Senza questa cultura, il credito viene negato oppure concesso a costi più elevati, oppure subordinato a garanzie personali.

Con questa cultura, il credito diventa più stabile, il rapporto banca–impresa diventa continuativo, migliora il rating, aumentano le possibilità di rinegoziazione nei momenti difficili.

La prevenzione non serve solo a ottenere credito, ma a mantenerlo nel tempo.

La banca non finanzia il passato, ma il futuro. Questo è il punto chiave.

La banca oggi non finanzia il bilancio chiuso, non finanzia la storia, finanzia la capacità futura di continuità.

Solo un’impresa che pianifica, controlla, monitora, interviene per tempo, può dimostrare questa capacità.

Senza la nuova cultura del fare impresa, il futuro dell’impresa è opaco e ciò che è opaco non è finanziabile.

La nuova cultura del “fare impresa”, fondata sulla prevenzione, sugli assetti adeguati e sulla gestione consapevole del rischio, è oggi condizione necessaria per l’accesso al credito, non un valore aggiunto opzionale.

Nel rapporto con le banche, soprattutto per le PMI, essa rappresenta l’unico modo per rendere l’impresa leggibile, affidabile e finanziabile.
Senza questa cultura, l’impresa non è solo più fragile: è invisibile o inaccettabile per il sistema creditizio.

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